Chilù il Folletto magico

Non è una favola! (Fatto realmente accaduto!)
Avete la facoltà di credere o non credere, ma non rinunciate alla libertà di pensare che sia possibile. …
Quanto segue è il racconto di quello che è accaduto ad una famiglia che ha dovuto affrontare preconcetti e superare limitazioni per aprire la mente verso un mondo sconosciuto, ma reale, quanto il pericolo di perdere la propria figlia.


Mira giocava in giardino, i piattini di plastica erano posati sulla tovaglietta, accanto alle posate di legno; al centro una ciotola ricolma di un intruglio di terra e foglie. Tom, il nostro cane, guardava preoccupato e pronto a scappare, nel caso nostra figlia accennasse ad invitarlo alla mensa, costringendolo a mangiare uno dei suoi pranzetti terribili, per aspetto ed ingredienti.
Mia moglie Cristina cercava di riportare un po’ d’ordine nel soggiorno, dove libri, giocattoli ed alcuni resti dello spuntino consumato la sera prima, si contendevano lo spazio, creando un allegro collage.

La giornata era cominciata come sempre: io che litigavo con il rasoio che si inceppava; il latte che sboccava dalla pentola, mentre Cristina, per spegnere il gas, inciampava nella coda di Lula, la nostra gattina; Mira, invece, si catapultava nel bagno per un bisogno incontenibile, costringendomi ad uscire ancora insaponato, perchè a suo dire, “le donne” al bagno ci vanno da sole!
Tutto questo, si ripete tutte le mattine e si conclude, quando mia moglie mi accompagna alla porta, stampandomi sulla bocca un bacio come un francobollo, per spedirmi velocemente in ufficio e non ritardare i suoi lavori.

Verso le dieci,solitamente, la voce della mia compagna mi ricorda di comperare il pane, il latte ed altre 20 cose, di cui regolarmente, prendo nota solo in parte, perché imbarazzato dalla presenza di qualche cliente o del Capo. La mia è una ditta di import-esport che sopravvive alla crisi con difficoltà e per cui io lavoro da 5 anni, con discreta soddisfazione.

Quella mattina, nel mio ufficio, i clienti si erano susseguiti senza tregua, tutti pressati da un’incredibile fretta di concludere i contratti ed è per questo che non mi sono accorto del passare delle ore. Mancava poco a mezzogiorno e Cristina non aveva ancora telefonato. Il fatto era così insolito da rendermi ansioso, ancora qualche minuto poi l’avrei chiamata io, nonostante le disposizioni aziendali che proibivano telefonate personali.
- Davide, hai tu i documenti della Sator? Devo chiudere la pratica e mi servono alcuni dati…- La voce del mio collega mi aveva fatto sobbalzare, stavo porgendo il fascicolo richiestomi quando il telefono squillò.
- Davide, non so come dirtelo ma Mira è all’ospedale. Stai tranquillo, non è nulla di grave, ma appena esci, raggiungimi in pediatria; la tengono in osservazione per alcune ore. Il resto te lo racconto dopo, ora ti lascio perché sta arrivando il dottore,…-
Cristina parlava velocemente, non riuscivo a seguirla, avevo realizzato solo che la mia adorata bimba di 5 anni era in un letto di ospedale.
- Come è potuto succedere? Quando? Dove? …- come risposta ebbi un “secco clik”, segno che la telefonata era stata interrotta.

Non potevo aspettare ancora due ore e chiesi un permesso, che il mio capo mi concesse senza problemi dato il caso particolare.
Arrivai all’ospedale contravvenendo a tutte le regole del codice stradale. Non attesi l’ascensore e salii di corsa le 3 rampe di scale, ritrovandomi senza fiato, nell’atrio dove mia moglie mi stava aspettando.
- Dov’è Mira, dove l’hanno portata? E’ grave, cosa ha detto il dottore? Se serve la trasferiamo in un’altra clinica. Insomma dimmi qualcosa! – dovevo essere stravolto, aggredii Cristina come mai avevo fatto prima d’ora, ma non avevo tempo per i convenevoli, si trattava di mia figlia!
- Sei impazzito? Prima cosa, riprendi il controllo! Nostra figlia sta bene e sta giocando con un amichetto. Il medico dice che tra due ore possiamo riportarla a casa. Se devo dirti qualcosa, dico che sei fuori di testa ed il tuo aspetto è orribile! –
Dalla voce capivo di aver esagerato, lei non accettava comportamenti che non fossero più che normali. Solo ora mi rendevo conto del mio stato: i cappelli arruffati mentre un ciuffo ricadeva sulla fronte sudata. Gli abiti scomposti si erano incollati al mio corpo, mentre le mani mi tremavano tanto che non riuscivo a reggere la sigaretta che mi ero acceso. Mi ritirai nella toilette senza rispondere.

Poco dopo vidi il mio pulcino che saltava sul letto lanciando gridolini ad ogni cuscinata che scambiava con Luca, il suo compagno di stanza. Gli zigomi arrossati risaltavano sotto la massa di riccioli biondi che ondeggiava su quella testolina; un cerotto era l’unica traccia dello scampato pericolo. Stava bene, tanto da indurre il medico a dimetterla prima del previsto. Avremmo dovuto controllare per 24 ore che non si verificassero complicazioni: nausea, mal di testa o vertigini, nel qual caso l’avremmo dovuta riportare all’ospedale per ulteriori accertamenti.
Cosa molto improbabile, dato che la piccola aveva subito un lieve trauma con escoriazioni superficiali.

Con una stretta di mano ed un respiro di sollievo il medico ci congedò. La vivacità di Mira aveva colpito anche lui. Il ritorno a casa si svolse nel più completo silenzio. La mia bimba stanca dopo tanto trambusto era piombata in un sonno profondo noi, invece, eravamo troppo nervosi per accennare anche un minimo di conversazione. Ci ritrovammo a letto ma, tra noi la tensione era ancora viva. Volevo scusarmi ma allo stesso modo volevo che lo facesse anche lei, per non aver capito la mia ansia di padre.
Tom si era appropriato di un angolo del letto, cosa che detestavo, ma grazie a lui, le nostre mani, protese nell’intento di allontanarlo, si sfiorarono ed il desiderio che ci univa ancora ci trasportò nelle meraviglie dell’amore. Il suo corpo provocante, la sua pelle profumata mi fecero dimenticare ogni cosa.
Amavo mia moglie anche se era testarda, indisponente, autoritaria, ma sapeva essere al contempo dolce, premurosa, efficiente, oltre ad essere un’amante meravigliosa.

- Papà, c’è Chilù sotto l’albero, vieni! – mia figlia mi stava strattonando con tutta la sua forza; un risveglio così brusco non era previsto.
- Muoviti Papà, altrimenti lui se ne va’. Devi venire a ringraziarlo, è lui che mi ha aiutato ieri quando sono caduta! –
Guardai l’orologio, erano le 3 della notte. Cristina si ritrasse sotto le lenzuola, non mi rimaneva che alzarmi e seguire Mira. Scesi velocemente le scale, ero intontito ed inciampai alcune volte rischiando l’osso del collo, prima di ritrovarmi ai pedi della mimosa del giardino.
- Mira, hai sognato. Di notte si dorme, se si sveglia la mamma sono guai. Torniamo a letto, qui non c’è nessuno!- tenevo gli occhi aperti a fatica e pregavo che nessun vicino mi vedesse in mutande e canottiera, girovagare nel pieno della notte, in giardino .
- Papi, Chiulù è un omino piccolo, piccolo e lui è mio amico mi ha detto che vive in un altro mondo, ma ogni tanto ha il permesso di passare la porta e viene a trovare noi bambini. – agitava le mani per rendere più convincente ogni parola. A quel punto ero sveglio, mi ricordai del medico e delle sue raccomandazioni: se avessimo notato qualcosa di diverso nella nostra piccina lo avremmo dovuto informare. Forse la botta le procurava le allucinazioni, svegliai Cristina, conclusione alle 4 del mattino eravamo tutti e 3 in clinica. Mira fu visitata da 2 dottori che ci rassicurarono: probabilmente, gli avvenimenti ella giornata avevano sollecitato la sua fantasia, niente di più; non ci restava che ritornare a casa e dormire alcune ore prima della levataccia.

Il mattino seguente andare a lavorare fu un’impresa, mi sentivo frastornato, la testa pesante ed il mio aspetto non doveva essere migliore. Alle 9 squillò il telefono, era Cristina che mi informava del peggioramento di Mira supplicandomi di raggiungerla. Dopo mezz’ora ero già a casa.
- Mira, perché stai seduta terra, la mamma vuole che mangi la merenda,…ti fa male la testa dimmi piccolina, dimmi, cosa c’è che non va? –
- La mamma non mi crede che c’è Chilù. Io volevo mangiare con lui, non si lasciano da soli gli amici, lui si arrabbierebbe. Anche Tom gli vuole bene, guarda, vedi lo sta guardando e non gli abbaia! Dai papi, siediti altrimenti si spaventa e non torna più. – con il ditino indicava un punto vicino alla mimosa, di una cosa ero sicuro: lei quelle cose le vedeva veramente, aveva le allucinazioni, forse era grave, tutti gli esami a cui Mira fu sottoposta nei 3 giorni che seguirono, esclusero una patologia post-traumatica, dal punto di vista strettamente medico, risultava guarita; il neurologo sciolse gli ultimi dubbi.

Avevo anche un’altra certezza. Lei li vedeva quegli omini piccoli e buffi e parlava e giocava con loro. Ci fu consigliato di lasciare passare un po’di tempo perchè tutto si sarebbe sistemato da solo. Presi alcuni giorni di ferie per aiutare Cristina sconvolta per gli strani comportamenti di nostra figlia che parlava da sola, si ostinava a voler mangiare sotto l’albero e rincorreva degli amici invisibili tra i cespugli, per lei era troppo.
- Mira giochiamo insieme?
- No Papi grazie. Io gioco con Chilù e Tom. Forse dopo, ma mi devi promettere che non farai arrabbiare il mio amico. –
- Mira qui c’è solo Tom! Lo sai che Chilù non esiste, lo hai inventato tu,.. –
La sua ostinazione mi irritava. I giorni trascorrevano tra liti con mia moglie sempre più vicina ad un crollo nervoso e l’insofferenza di mia figlia che dimostrava nei nostri confronti. Non sapevo cosa fare: negando la presenza del folletto allontanavo Mira da noi; la psicologa della scuola ci aveva detto di assecondarla. Non dovevo spezzare il fragile equilibrio creatosi nella sua mente, le conseguenze potevano essere gravi.

Da un’ora osservavo la mia piccola che parlava ad un cespuglio, muoveva le mani e si accalorava in quella che sembrava una discussione molto impegnativa. Nella conversazione c’erano delle pause dove in teoria, Chilù le rispondeva; ma la mia attenzione fu attratta dal cane: Tom sembrava coinvolto nel gioco il suo sguardo, i suoi occhi si muovevano in sincronia con Mira, come se anche lui vedesse la stessa scena. La mia voglia di sapere e il desiderio di ritrovare la serenità mi permisero di sedermi vicino a mia figlia accantonando le riserva mentali che prima mi avevano bloccato. Cercai di assecondare il suo gioco.
- Chilù, questo è il mio Papà – iniziò mia figlia con aria seria – anche lui vuole giocare con te. –
Accesi la sigaretta per superare l’imbarazzo, non era facile simulare di vedere un omino tra le foglie sotto l’occhio critico della figlia, pronta a ravvisare ogni errore, ogni bugia. Non sapevo cosa dire.
- Salutalo, digli come ti chiami,…-
Capivo che ammirava molto il piccolo amico invisibile e per assurdo ne ero geloso. Dovevo eliminare l’intruso dalle fantasie della mia bambina, era un rivale che mi sottraeva il suo affetto e la sua attenzione, non riuscivo a sopportarlo. Convinto di aver preso la decisione giusta, mi resi conto che dovevo avvalermi di un piano che mi garantisse il pieno successo. Per 2 giorni rimasi con Mira cercando di conquistare la sua fiducia, poi passai all’azione: comperai gli ultimi giochi propagandati dalla TV dei bambini, giochi di società, carte, video, una bambola con il relativo corredo, alcuni giornalini e buste sorpresa dai mille colori. Avevo speso un capitale ma ero soddisfatto, sicuramente non avrebbe resistito alla tentazione di tutto quel paradiso dei balocchi.

Mia moglie, mi fece notare in tono sarcastico che Natale era ancora lontano. Incurante della sua ironia chiamai la mia piccola, sicuro che avrebbe dimenticato immediatamente il piccolo omino, per giocare con me soffocandomi di baci per ringraziarmi. Ma l’illusione durò poco.
– Che bello Papà, grazie! Ora posso far vedere tutte queste cose a Chilù? Sarà felice anche lui, giocheremo insieme,…-
- Veramente pensavo che a giocare saremmo stati io e te! Guarda quanti giocattoli e la bambola, ti piace? C’è anche il videogioco che desideravi tanto, vieni vicino a me, … Chilù può aspettare! –
- Oh, no! Io non voglio! Devo andare da lui! –
- Mira io voglio stare con te! – la stavo pregando.
- Allora tu rimani qui e apri i regali, a lui li farò vedere un’altra volta. –
Con questa frase, mia figlia aveva distrutto in un attimo, il mio orgoglio ed infranto ogni illusione. Mi sentivo stupido fino all’osso ma capivo che la lotta contro l’amico invisibile non sarebbe stata così facile come avevo creduto. Tutt’altro!
I tentativi che seguirono, naufragarono come il primo, tanto che ricorsi nuovamente al medico, in cerca di una soluzione al mio problema, che mi sembrava ogni giorno più gravoso. Interpellammo anche uno psichiatra, la cosa mi sconvolgeva ma era la nostra ultima speranza. Il noto specialista esaminò Mira, ma non solo, sottopose tutti noi ad interminabili test cercando l’origine delle allucinazioni, la sua parcella fu considerevole, al contrario, il suo risultato fu esiguo e deludente. Mira era sana e dotata di fervida fantasia, in questi casi si poteva solo assecondare i giochi ed il fenomeno si sarebbe esaurito da solo.

Era trascorso un mese. L’intruso era ancora presente ed io avevo esaurito le mie risorse, oltre alla pazienza. La mia piccola continuava a vivere con il suo amico invisibile; con lui giocava, mangiava, parlava e a noi non restava altro che rassegnarci al progressivo allontanamento di Mira, da noi e dal mondo reale. Proibirle di andare all’albero era impossibile. Eravamo esasperati. Qualcuno ci parlò di schizofrenia e degli effetti che si evidenziavano nei soggetti colpiti, non potevamo accettare una simile eventualità, ma i dubbi si insinuavano tormentandoci.
Un pomeriggio, casualmente, andando in libreria, mi trovai tra le mani un volume che parlava di fate, gnomi e folletti. Lo comprai. La sera sfogliando le pagine vidi il ritratto di un omino piccolo e buffo, dall’aria bonacciona con accanto una scritta che mi fece sobbalzare:” questo disegno raffigura un troll descritto dal sign. C.G dopo un incontro con l’essere, avvenuto a Norimberga nel 1956.” L’articolo asseriva che il protagonista era persona attendibile ed equilibrata, anche se il suo racconto era veramente allucinante, degno della favola più fantasiosa.

Passai la notte a leggere, non potevo arrendermi all’idea che dei piccoli folletti girovagavano indisturbati per boschi e continenti, apparendo improvvisamente ora quì ora là. La mia razionalità iniziava a vacillare dopo essere stata messa a confronto con altre testimonianze riportate dallo stesso libro.
La mattina ero stanco e confuso ma avevo acquisito una cultura sul mondo dell’invisibile da fare invidia ad un fumettista. Cristina non ne volle sapere delle mie scoperte, giudicandole infantili e troppo suggestive. Proposi a Mira di vedere insieme un libro che parlava di Chilù e dei suoi amici E questa volta lei accettò.
- Papà , è uguale a lui! – la sua voce era stridula, agitata. Non volevo crederci ma l’assurdo stava capitando proprio a me. Il suo ditino indicava insistente un folletto, che indossava i vestiti caratteristici della specie: pantaloni abbondanti, una maglia colorata e un grande cappello rosso a punta che ricadeva su un lato. Era eccitata, le guance rosse, gli occhi vispi, saltava , gridava, rideva. Cercai di calmarla parlandole :
- Mira , come hai conosciuto Chilù ?
- Ti ricordi quando sono caduta ? E’ stato Chilù che mi ha salvato. Io ero salita sull’albero, sono scivolata e lui mi ha presa per mano, ma ero troppo pesante e non è riuscito a trattenermi fino a terra, per questo ho sbattuto la testa contro il tronco! Lui è speciale, fa le magie, ma solo a volte,…-
- I folletti esistono solo nelle favole! Questo piccolo amico esiste perché tu lo hai inventato, sei tu che lo fai vivere con la tua fantasia.!
- No, papi. Ti sbagli! Lui mi ha spiegato che gli uomini possono vedere le fate, ma devono credere nella magia. Ogni folletto sceglie un bambino e lo segue per un certo periodo aiutandolo a crescere, a lui insegna a scoprire il mondo ed i suoi segreti, pronto ad intervenire in caso di pericolo.

Il mio pulcino parlava usando termini e parole da grande, non la riconoscevo più. In casa nostra non avevamo mai parlato di magia ne di altre cavolate del genere. Le fiabe che raccontavamo a Mira erano le solite, ma senza draghi, gnomi o streghe. Chi poteva averle raccontato tutte le cose di cui ora parlava? Cristina, per la prima volta, si rese conto che il problema era serio. Era in ansia tanto da decidere di sedersi accanto a noi per ascoltare, cercando in me una risposta. Controllando il tono della voce per non spaventarla, cercai di farmi dire qual cos’altro.
- Dimmi Mira, da dove viene il tuo amico? Perché tu lo vedi e noi no ? Quali sono le sue magie ? - Mi sentivo sciocco a fare certe domande , ma dovevo sapere.
- Lui viene da un mondo diverso, come lui ci sono molti altri, voi non lo vedete perchè non volete vederlo. I bambini chiamano spesso i folletti e le fate, e loro se possono, li raggiungono. Certe volte passano la porta, anche se non chiamati, per salvare qualche bambino che altrimenti morirebbe. Se vuoi posso chiedere a Chilù se vuole incontrarti , aspettami qui.-
Tre secondi dopo era già in giardino sotto la mimosa. Noi la osservavamo dalla finestra mentre gesticolava e chiacchierava ai piedi dell’albero, con accanto Tom che scodinzolava. Di lì a poco ritornò da noi.
- Sai Papi, ora non potete vederlo , ma lui dice che quando sarà il momento giusto, lo vedrete anche voi, ma dovrete giurare di mantenere il segreto.-
Mia moglie cercò il mio aiuto con gli occhi, secondo lei sarei dovuto intervenire in qualche modo, troncando ogni fantasia esagerata. Ma cosa potevo fare?

Tutti i tentativi precedenti erano falliti. Non passò molto tempo, che fummo convocati dalla maestra dell’asilo, per informarci che nostra figlia non socializzava con i compagni e troppo spesso si dimostrava aggressiva con loro, cosa mai accaduta prima. La giustificazione di Mira fu che i suoi amichetti non le credevano e la accusavano di essere bugiarda .
- Loro non mi credono, ma io so che ci sarà il fuoco! Anche la maestra non vuole ascoltarmi! - Ora stava urlando. - Io le ho detto che non deve chiudere la porta a chiave, perché quando ci sarà il fuoco dovremmo scappare in giardino, ma se la porta è chiusa, moriremmo tutti! Diglielo tu papa, a te crederà! Chilù non dice le bugie, lui mi aiuterà nel fuoco! Ti prego, Papi! – Grosse lacrime scesero sul suo volto. Il corpicino era scosso dai singhiozzi, decisi di portarla a casa. Due mesi dopo accadde l’impossibile .

Ero al lavoro quando mi chiamarono dal posto di polizia per avvisarmi che dovevo raggiungere urgentemente l’asilo. Arrivato sul posto, trovai la strada bloccata dalla polizia; le sirene delle ambulanze laceravano l’aria, raggelandomi il sangue nelle vene. Abbandonai la macchina in mezzo alla strada e scavalcai le transenne messe dalla polizia. Dalle finestre del primo piano dell’edificio, lingue di fuoco lambivano il muro. Il fumo era denso ed aumentava, come le grida disperate dei genitori presenti.
- Non possono uscire , la porta è chiusa…- Il fumo avvolse l’entrata coprendola ai nostri sguardi atterriti. Mira la mia bimba adorata era dentro l’inferno di fuoco.
Volevo correre da lei, ma un vigile mi tratteneva, nessuno poteva avvicinarsi. Un acre odore di gomma bruciata ci costrinse a chiudere gli occhi lacrimanti. Non so quanto tempo passò, quando, all’improvviso, un vento leggero squarciò la densa coltre fumosa, alcune voci, gente che correva, un grido! – I bambini, i bambini!- Non era possibile, ma ora li vedevo anch’io. I piccoli erano in giardino, chi piangeva, chi chiamava la mamma, chi si guardava attorno smarrito, ma erano lì, vivi ed illesi. Tale era la sorpresa e la felicità che nessuno fece caso al fatto che la porta della scuola era ancora chiusa. Solo tempo dopo ce ne saremmo ricordati.
- Mira, tesoro mio tutto a posto? Ti voglio bene! - la baciavo, la accarezzavo e piangevo.
- Papi, non devi essere triste, io non ho avuto paura, Chilù era con me, è lui che ci ha fatto uscire! –
La maestra iniziò a raccontare l’accaduto.
- Eravamo in palestra con tutti i bambini, quando ci accorgemmo del fumo. Il fuoco era già arrivato alle scale; cercai di aprire la porta ma era chiusa a chiave. Probabilmente era caduta a terra, ma con il fumo e la confusione, non riuscivo a trovarla. So che mi sono trovata vicino a sua figlia. Siamo usciti quando il fuoco stava per raggiungerci, mi sono ritrovata sotto questo albero con i piccini intorno. Ma non mi chieda come ho fatto perché non lo so. -

Tutti i bambini stavano bene, anche se nessuno di loro, ricordava con chiarezza quanto era accaduto. Alzando gli occhi vidi una nuvola gialla che mi sovrastava: erano i fiori della mimosa. Rimasi estasiato, felice di stringere la manina paffuta di Mira. Con la mente ringraziai quel Dio così generoso, poi fui attratto da una risata, il suono di un campanellino, una figuretta di cui distinguo solo un cappuccio rosso a punta, che scompare veloce tra i rami. Suggestione, fantasia o semplici coincidenze? Non lo so, ma un brivido percorse la mia schiena.
- Lo hai visto papà? – mia figlia mi stava tirando per la giacca per farsi ascoltare. – Chilù è stato proprio bravo lui ha fatto una delle sue magie! Ora non mi diranno più che sono bugiarda, vero papà? –
I fatti che seguirono misero a dura prova la mia logica, le mie sicurezze la mia conoscenza della vita. La causa dell’incendio fu individuata in un guasto al gruppo elettrico, ma ciò che lasciò perplessi gli ispettori era dato dalla porta chiusa dall’interno. Nessuno poteva essere uscito da lì! Ma allora, come si sono salvati? Qualcuno azzardò l’ipotesi che fossero scappati dalle finestre, ma nessuno di loro ricordava nulla; inoltre essendo le finestre poste sul retro dell’edificio, li avrebbero dovuti notare mentre uscivano… dei bambini raccontarono di aver seguito Mira e un piccolo uomo con il berretto rosso. Naturalmente non furono creduti. Fu detto che, per superare la paura, i bambini erano ricorsi alla fantasia, creando l’immagine del piccolo gnomo che li guidava attraverso pareti e porte chiuse, incurante del fuoco e del fumo, da cui usciva incolume. Ma io sapevo, io solo capivo le loro storie, era stato Chilù, il piccolo ed invadente amico della mia bambina.

Cercai di parlare con altri genitori, con i vigili del fuoco, con i giornalisti, ma tutti mi consigliarono di dimenticare; la paura e la tensione a loro dire, mi avevano giocato un brutto tiro. Invano cercai di spigare che anch’io avevo visto il piccolo omino dal cappuccio rosso. Nessuno mi credeva ed anche Cristina mi consigliò di prendere un periodo di riposo.

Da qual giorno sono trascorsi alcuni mesi ed io mi sono arreso a cercare la verità. Mira ha salutato Chilù una mattina di dicembre. Lui aveva portato a termine la sua missione ed ora doveva andare da qualche altro bambino bisognoso di aiuto.
Io ho incontrato molte persone che hanno vissuto esperienze simili alla mia, non mi sento solo nel cammino verso la nuova realtà: il mondo che conosciamo è solo una piccola parte dell’infinito.
Noi vediamo solo quello che vogliamo vedere, oltre la porta della razionalità c’è l’immenso sconosciuto.

Non posso obbligarvi a credermi ma datemi almeno, il beneficio del dubbio.
E se qualche volta vi capita di vedere un albero di mimosa selvatica, avvicinatevi e guardate tra i suoi rami senza pregiudizi. Chissà, forse, anche voi potreste incontrare un folletto dal cappuccio rosso. Non so dirvi come e perchè accadono questi fatti, ma posso solo concludere dicendo grazie Chilù.

Il racconto che avete letto è stato riportato fedelmente. Non vi chiedo di credere ma di riflettere!


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C’era una volta… …Chilu'  
  ...Cristina parlava velocemente, non riuscivo a seguirla, avevo realizzato solo che la mia adorata bimba di 5 anni era in un letto di ospedale.

... Avevo anche un’altra certezza. Lei li vedeva quegli omini piccoli e buffi e parlava e giocava con loro.